INTERVISTE IMPOSSIBILI

INTERVISTA IMPOSSIBILE A CESARE LOMBROSO



Cesare Lombroso (1835-1909)

Usciti dall'ufficio notarile per la firma dell'atto di Costituzione del Comitato di Antropologia Criminale di Torino, in una serata limpida e asciutta tipica dell'inverno torinese, i tre amici, in strada, silenziosi, continuavano tra sé e sé a riflettere sul significato del gesto compiuto. E si chiedevano: "Ma che senso ha difendere oggi un Museo, quello creato dal Lombroso, fedele rirpoduzione di un'idea, di una teoria che non ha ricevuto, secondo il pensiero comune, legittimazione al vaglio della storia? Perché riferirsi ad una figura, quella di Lombroso, che nell'immaginario collettivo richiama il dramma di una scienza infelice? Qual è il segreto del morboso interesse che circonda questo personaggio?".
Il silenzio fu rotto all'improvviso da Rossana, che esclamò: "In fondo, di quel momento storico, l'ultimo quarto dell'ottocento ed il primo decennio del novecento, resta la memoria di Freud per l'Austria, di Charcot per la Francia, e per l'Italia? Quello che è stata capace di produrre la cultura scientifica del nostro Paese e di cui resta il più vivido ricordo è Lombroso e la sua Antropologia Criminale? C'è di che vantarsi?".
Mi tornò alla mente, in quel preciso instante, in un rapido passare in rassegna tutte le controdeduzioni che avrei potuto opporre a quell'affermazione e che ci avrebbero potuto confortare dell'impegno assunto, una celebre frase del Lombroso, ed esclamai "Ma l'idea non morrà".
Attoniti i miei compagni di avventura mi scrutarono in volto, cercando di capire il senso della mia affermazione.
"Spiegati meglio", mi dissero.
"Vedete - ribattei - Cesare Lombroso rimase sempre fermo nel convincimento espresso fin dal 1884 con le parole: Forse della mia opera non resterà in breve pietra su pietra, ma l'idea che l'informava, trasmessa man mano e rinvigorita da questi gagliardi, "quasi cursores qui vitae lampada tradunt", quell'idea non morrà.
Esiste un piano di valutazione dell'opera lombrosiana, peraltro scarsamente indagato, in grado di restituirci al meglio l'immagine di Lombroso e che da solo è in grado di riscattarne il profilo storico e di farci comprendere l'opportunità della nostra iniziativa: il piano dell'impegno sociale come naturale risvolto dell'attività scientifico-professionale".
"Non siamo interessati ad ascoltare una lezione su Lombroso e tantomeno questa sera" – esclamarono all'unisono.
Portandoci alla vettura, ripresi tuttavia il filo del mio discorso: "Quando si parla di professione il riferimento è in genere ad un'attività lavorativa altamente qualificata, di indole intellettuale, di riconosciuta utilità sociale, svolta da soggetti particolarmente qualificati e preparati nell'esercizio di una particolare disciplina. E lo dovremmo ben sapere in quanto professionisti.
Per lo scienziato la professione si ammanta del valore del progresso.
Ma al progresso può riconoscersi un significato al di là della tecnica, cosicchè avrebbe un senso la professione dedicata al suo servizio? - si chiedeva Max Weber, che aveva frequentato il salotto torinese di Lombroso a cavallo dell'inizio del secolo scorso".
"Qui stiamo andando sul pesante" – esclamarono alquanto stizziti.
Al che ribattei: "Non avete forse adottato la causa del Museo Lombrosiano e non volete conoscere qualcosa di positivo del suo fondatore al di là dei semplici ed erronei stereotipi tramandatici e fissati da una tradizione superficiale e sciatta? Come potrete difendervi dalle critiche che vi pioveranno sulla testa quando dovrete spiegare per quale motivo vi siete lasciati convincere in una simile impresa?".
"Vi ricordate dell'immagine platonica della Repubblica, degli uomini incatenati nella caverna, col volto rivolto verso la roccia che non possono vedere la luce e si preoccupano solamente delle ombre che appaiono riflesse sulla parete cercando di stabilirne la causa? Finalmente uno di loro riesce a spezzare le catene e si volta ad ammirare il sole. Abbagliato brancola e descrive balbettando quello che ha veduto. Già altri gli danno del pazzo. Ma a poco a poco egli impara a vedere nella luce e allora si adopera a scendere tra gli uomini delle caverne e a trarli alla luce. Egli è il filosofo ed il sole è la verità della scienza.
Questa immagine sembra in contrasto con quella di una scienza fatta di artificiose astrazioni, isolata dalla vita reale.
Vi ho richiamato l'immagine tratteggiata da Platone perché calzante col pensiero di Cesare Lombroso, che nel 1904, nel dare alle stampe "Il momento attuale", nel quale raccoglieva molti studi e riflessioni sulle "piaghe" dell'Italia (un'analisi severa ed attenta di un' Italia, quella uscita dal processo di unificazione, percorsa dalla miseria e dal sottosviluppo, dall'analfabetismo, dall'emigrazione forzata, soggetta ad una classe dirigente più attenta alla conservazione dei propri privilegi che ai bisogni della collettività), esclamava: "Tardi, purtroppo, quando il capo incanutiva e le forze scemavano, ho sentito anch'io quanto errava lo scenziato che dimentica il mondo che s'agita intorno a lui ".
A ben guardare, in effetti, al di là dello stereotipo della critica lombrosiana che corre spesso su un facile binario denigratorio, incapace di cogliere il valore innovativo di una disciplina, quella appunto fondata dal Lombroso - la criminologia -, che si propone, per la prima volta, come oggetto di studio l'uomo che delinque (critica spesso adagiata sulla ripetizione di certi interventi lombrosiani in tema di atavismo, di rapporto deterministico tra stigmate somatiche e crimine, tra follia e crimine, ecc.), prevale la figura del Lombroso scienziato partecipe degli eventi del suo tempo, che pone le proprie conoscenze ed intuizioni al servizio della collettività, nella convinzione della funzione ancellare della scienza nei confronti dell'umanità, quale fautrice di progresso".
"Parla chiaro" – ribatterono i miei compagni di viaggio mentre la vettura sfrecciava per i lunghi viali torinesi, che tanto ricordano i boulevards parigini – "stai abbozzando una conferenza per impressionarci".
"Quello che voglio sottolineare è solo questo: Lombroso è frutto del suo tempo; l'originalità della sua opera e della sua figura risiedono nel modo di fare scienza, fatto di partecipazione e solidarietà. Basta ripercorrere le tappe salienti della sua biografia per riconoscere in lui una forte e progressiva convinzione solidaristica della propria funzione professionale: dalla militanza come volontario in qualità di Ufficiale medico nell'Esercito Piemontese fin dalla Seconda Guerra di Indipendenza, all'opera di psichiatra presso il manicomio di Pavia, dalla battaglia fieramente combattuta contro la pellagra agli anni della tormentata vita accademica torinese.
Prendiamo il caso della pellagra, che appare esemplare: le conclusioni cui pervenne riguardo all'eziologia della malattia risultarono si erronee per l'attribuzione del ruolo causale ad una tossina contenuta nel "mais guasto" (in ciò sostenuto peraltro dai farmacologi Carlo Erba e Dupré), ma la bellicosa campagna di discussione e di informazione che il Lombroso scatenò con l'enfasi data alle sue ricerche ebbe positive ricadute sulle masse contadine del Nord Italia (flagellate dalla pellagra) per la maggiore attenzione dedicata alla malattia stessa ed alla questione del regime dietetico fino allora basato quasi esclusivamente sull'alimentazione maidica .
E' un modo di fare scienza, quella del Lombroso, che, qualsiasi sia l'oggetto di applicazione, valica i confini del laboratorio per farsi "professione" e vita reale.
E' questa la novità culturale che fece di Lombroso un grande personaggio, in grado di aggregare intorno a sé un numero incredibile di allievi poi famosi: pensiamo ad Enrico Ferri e Filippo Turati, a Camillo Golgi e Pio Foà, a Luigi Einaudi, Guglielmo Ferrero e Mario Carrara (per citare i più noti), che troveranno nella rivista fondata da Lombroso (l'Archivio di Psichiatria, antropologia criminale e scienze penali) il riferimento e il primo strumento di crescita e di affermazione .
E tra questi allievi è Mario Carrara, pur nella differenza di temperamento rispetto al Maestro, a continuare e meglio testimoniare l'ideale di una scienza informata alla vita reale, fino alle estreme conseguenze del rifiuto di giuramento di fedeltà al regime fascista nel 1931 e dell' abbandono dell'insegnamento, cui seguirà il carcere ".
Terminato il mio discorso guardai in faccia i miei compagni e fui in grado di notare una certa distensione non senza un barlume di rinnovata curiosità ed interesse.
"Certo che i nomi di Turati e di Einaudi, fanno pensare alla migliore cultura torinese del '900 che ha profondamente influenzato la storia del nostro Paese. E' interessante notare che in questo mondo ebbe un ruolo da protagonista proprio il nostro Lombroso" – riprese Roberto –. Ed aggiunse: "Vi farò una confidenza: anche il premio Nobel Rita Levi Montalcini entra nella storia legata a Lombroso per il suo rapporto di parentela".
Se i dubbi erano scomparsi dai volti dei miei compagni, che nel frattempo mi avevano lasciato davanti alla porta di casa congedandosi da me, di nuovi e più insistenti se ne erano accumulati sulla mia testa. Salendo le scale, andavo chiedendomi che senso aveva riesumare la figura del Lombroso, ormai mummificato nella storia.
Entrato in casa mi diressi alla libreria e mi capitò in mano quasi per caso il libro più bistrattato dalla critica lombrosiana: "Fenomeni ipnotici e spiritici". Sfogliandolo, rividi le foto scolorite delle sedute spiritiche con l'anziano Lombroso al tavolo, le mani strette a quelle dei commensali, la medium Eusapia Paladino col volto stravolto nel trance, e nella prefazione lo sfogo di Lombroso: "Non mi importa delle critiche, voglio conoscere!".
Mi ricordai allora di alcuni esperimenti eseguiti con l'uso del magnetofono: lasciando il registratore in funzione in una stanza isolata, potevano trovarsi impresse delle voci, da alcuni attribuite a persone defunte.
Così feci quasi per scherzo e, all'indomani, grande fu la mia sorpresa nel riuscire a udire dei suoni su un sottofondo fortemente frusciante, dai quali si potevano ricostruire degli elementi verbali, che fui in grado di trascrivere e che vengo qui a riportare:
"Caro amico, non si meravigli se ora riesce a percepire la mia voce perché è questo che lei ha inteso ottenere. Nè si chieda chi sono, tanto è ovvia la risposta.
Intendo qui, in primo luogo, difendermi, con poche parole, della critica più abusata nei miei confronti e che si è perpetuata nel tempo: quella rivolta al cosiddetto morfologismo lombrosiano, quasi che fosse vero che io intendessi fare solamente dell'antropometria criminale e da quella derivare giudizi tipologici, quando invece ho dato maggior posto all'indagine psicologica, fisiologica e sociologica. Indagini certo compiute coi mezzi che la psicologia e la sociologia di allora offrivano ai ricercatori, per certo enormemente diversi e meno efficaci di quelli attuali. Anche la teoria dell'atavismo, che nel corso degli anni io stesso ho provveduto a rivedere, non è forse stata riabilitata, nelle sue due facce, l'una antropologica in senso stretto, cui la biologia molecolare offre ora nuovi e sconcertanti sviluppi, e l'altra metaforica, di contenuto culturale e sociale, oggetto, a suo tempo, di uno speciale interesse da parte di Freud e Jung, con i quali vengo spesso messo a paragone?
Quanto al rapporto tra genio e follia e genio e delitto è stata detta l'ultima parola da parte della scienza? E sull'eziologia del crimine siamo ancora alle teorie multifattoriali? Cosa sa dirmi del trattamento dei delinquenti in più rispetto a quanto io stesso, a suo tempo, avessi preconizzato?
Non voglio continuare nella polemica; la recente riedizione dell'Antologia dei miei scritti permette a chiunque abbia l'animo sgombro da pregiudizi di rendermi giustizia.
So che a Lei sta a cuore la sorte del mio Museo e si sta adoperando in questo senso.
Per comprendere il significato di questo Museo, ancora conservato presso l'Istituto di Medicina Legale di Torino ed in fase di perenne ristrutturazione, è necessario che ripercorra brevemente le vicende che furono alla sua origine.
Il primo nucleo della collezione fu formato dall'esercito; avendo vissuto parecchi anni come medico militare , prima nel '59 e poi nel '66, ebbi campo di misurare craniologicamente migliaia di soldati italiani e di raccogliere molti crani e cervelli.

Grandi barattoli di vetro con coperchio saldato in pasta resinosa, a decine,
si addossano alle pareti e riempiono gli angoli. Nel liquido conservativo
sono immersi i cervelli raccolti da Lombroso. "Barney criminale", "Genovesi
Carceri giudiziarie", "Celi Angela Carceri", "Brugo infanticida", ma anche
"suicidio per arma da fuoco", "per annegamento", ecc.
Una montagna di teschi abbandonata in una piccola stanza. Così è finita la
meticolosa craniologia lombrosiana: i crani dei delinquenti, segati per metterne
a nudo la configurazione interna e permettere l'analisi del cervello, giacciono, con
o senza cartellino numerato, interi o dimezzati, in un dimenticato ripostiglio.

Questa collezione venne a mano a mano crescendo, con i modi anche meno legittimi, dallo spoglio di vecchi sepolcreti abbandonati, sardi, valtellinesi, lucchesi, piemontesi, fatto da me, dai miei studenti e dai miei amici di Torino e Pavia. Una volta, nelle valli piemontesi, compii uno di questi reati scientifici con la complicità nientemeno che di un procuratore del re; e fu una buona fortuna per ambedue se i valligiani presero per un carico di zucche quei vecchi crani che ci gravavano sulle spalle dentro sacchi sdruciti. Così, devo a Sir Lamb, governatore di Bombay, dei rarissimi crani di indiani normali e criminali; dal coraggioso viaggiatore Lamberto Loria ebbi in dono molti crani della Nuova Guinea, uno dei quali ricco di graffiti doveva servire da bandiera; dal prof. Tarnoski ebbi crani russi e tartari, dal Tenchini maschere meravigliosamente belle di grandi criminali; ad Ardù devo inoltre molti dei crani sardi e lucchesi.

Maschere mortuarie eseguite nell'Istituto di Anatomia Umana dell'Università
di Parma diretto da un amico i lombroso, Lorenzo Tenchini. Si tratta di
delinquenti morti nelle carceri. Nella sistemazione originaria erano
ordinatamente acompagnate dal teschio e sovente dal cervello.
Sulla fascetta: "N° della serie dei delinquenti 95/Antropologia criminale prof.
L. Tenchini / OMICIDA / Uomo di anni 26 di Ofena Provincia di Aquila / Statura
m.1,75 Peso dell'encefalo gr.1300 Indice cefalico 79,65."
Sul retro:"Delinquente n.141 / Grandi Desenzio di fu Giuseppe e Della Sala
Domenica, d'anni 41, nato a Ciano di Zocca (Modena), domiciliato a Campiglio
di Vignola, ammogliato con prole colla Damiani Emilia,, condannato a 3 anni
di reclusione per eccitamento alla corruzione come da sentenza 17 dicembre
1886 delle Assise di Modena. Liberato dalla casa di Pena di Parma il 16
dicembre 1889 e tradotto allo Spedale Civile perchè malato. Non recidivo".


Non passava giorno che a Pavia prima, a Pesaro e a Torino poi, non cercassi di aumentare la raccolta coi crani dei pazzi e dei criminali morti nei manicomi ed in carcere. Fu in una di queste macabre ricerche che mi vidi aprirsi d'un tratto i nuovi orizzonti dell'antropologia criminale; fu quando nel dicembre 1870, facendo l'autopsia di un brigante calabrese nelle carceri di Pavia, vi rinvenni un cervelletto mediano ed una fossetta occipitale mediana così sviluppata come nei rosicchianti. E da qui partii (non senza audacia e non senza errore) all'ipotesi che tutti i fenomeni del criminale-nato, così somatici come psicologici, tatuaggio, cannibalismo, impulsività, ecc. , si dovessero al riprodursi in costoro di fenomeni normali presso popoli o animali inferiori.
Per comprendere, anche senza conoscere l'antropologia, i vantaggi di questa collezione, ricorderò che dopo il processo Misdea mi balenò in mente il sospetto che la grande criminalità fosse una forma di equivalenza dell'epilessia, mi diedi subito a frugare fra gli scheletri ed i crani degli epilettici ottenendo positivi riscontri e così un'ipotesi che pareva balzana riceveva il primo battesimo anatomico; il secondo e certo più importante venne dal Roncoroni con l'esame della corteccia che rivelava negli epilettici e nei criminali una struttura simile a quella che si trova nei vertebrati inferiori, negli uccelli rapaci.
Trasvolo sulla raccolta di scheletri, di cervelli, di anomalie anatomiche nei pazzi e nei criminali; sulla raccolta di ceppi e catene usati per immobilizzare gli infelici carcerati; su quella delle figure dei criminali.
Merita ricordare la raccolta della ceramica criminale, una grande quantità di vasi, di orci in cui il genio più o meno estetico, ma sempre criminoso, dell'artista riproduceva i suoi crudeli o bizzarri o osceni propositi.

"IO SONO UN DISGRAZIATO IL MIO DESTINO E' DI MORIR IN PRIGIONE STRANGOLATO".
Lombroso spiega, citando il disegno: " Un condannato, G., epilettico, già grassatore,
incide in tal modo sopra un vaso il proposito di suicidarsi". Di fronte un militare
minaccioso sta a guardare. "Questa frequenza del suicidio fra i delinquenti, nelle
prime epoche della reclusione, anche prima della condanna o per leggere condanne,
dipende da una tendenza speciale; e prima di tutto, da quella insensibilità, da quella
mancanza dell'istinto di conservazione, di cui... addussimo tante prove"
(Uomo Delinquente, Vol 1, p 436).

A più spirabil aere ci invita invece la serie dei lavori dei pazzi: ricami simbolici, strani e di una esecuzione meravigliosa, arabeschi stranissimi in cui spesseggiano, nascosti fra le volute, complicate figure di uomini e di animali, pipe gigantesche irretite da gruppi di figure allegre, fin troppo cariche di ornamenti e di epigrafi.
Ma la collezione più curiosa venne acquistata dagli eredi del Lazzaretti (tiara sormontata da un cimiero adorno di penne, tunica di porpora segnata con i suoi speciali simboli, bastone del comando, strani zoccoli di tela, ecc.) .


Si sa che questo povero mitomane religioso, che da carrettiere beone si era trasformato in vicario di Dio, presentatosi al vicario più autentico in Roma, ne ebbe il buon consiglio di prendersi una doccia sul Gianicolo. Zanardelli invece , molto più dotto in diritto che in psichiatria, e men perspicace del Papa, gli mandò incontro carabinieri e soldati, i quali coll'andazzo solito, fucilandolo, credettero aver giovato al paese e tolto di mezzo un terribile cospiratore cattolico-repubblicano. Ciò dimostra quanto possano essere utili queste collezioni psichiatriche criminali anche per illuminare quelle classi dirigenti, che si dicono più colte e lo sono...così poco.
Ma vedo che mi sono dilungato un po' troppo.
Il consiglio che le rivolgo sta tutto nella mia filosofia: faccia cosa sente opportuno fare e combatta per le idee in cui crede. La ringrazio comunque".

Paolo Girolami
Servizio di Medicina Legale ASL 1 Torino
Per aderire al Comitato Amici del Museo di Antropologia Criminale di Torino:
e-mail:paolo.girolami@asl1.to.it


Le immagini e i testi correlati alle fotografie sono stati estratti dal testo "La scienza infelice"
di Giorgio Colombo, della collana "Gli Archi", Bollati e Boringhieri.